UFFICIO NAZIONALE PER L'ECUMENISMO E IL DIALOGO INTERRELIGIOSO
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Dialogo e annuncio. Un documento sempre attuale

Dialogo e Annuncio:il quadro per sviluppare le relazioni tra i cristiani e i membri delle altre tradizioni religiose.1. Fondamento teologico del dialogo interreligiosoIn "Dialogo e Annuncio: riflessioni e orientamenti concernenti il dialogo interreligioso e l'annuncio del Vangelo", datato 19 maggio 1991, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e la Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli […]
6 giugno 2013
Dialogo e Annuncio:
il quadro per sviluppare le relazioni tra i cristiani
e i membri delle altre tradizioni religiose.
1. Fondamento teologico del dialogo interreligioso
In "Dialogo e Annuncio: riflessioni e orientamenti concernenti il dialogo interreligioso e l'annuncio del Vangelo", datato 19 maggio 1991, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e la Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli offrono dei punti di riferimento per aiutare i cristiani ad avere un maggiore rispetto nei confronti dei credenti di altre religioni, pur rimanendo fedeli all'esigenza di annunciare il Vangelo. Il documento si sviluppa in due parti: la prima è dedicata al dialogo, la seconda all'annuncio del Vangelo.
La finalità più importante del documento può essere identificata nella volontà di mostrare che il dialogo interreligioso non esclude l'azione evangelizzatrice della Chiesa (non la sostituisce), anche se viene spiegata la specificità di ciascuna delle due azioni e la loro possibile interazione.
Il documento fin dall’inizio sottolinea l’importanza di dare fondamento teologico al dialogo interreligioso; tale esigenza richiede di pronunciarsi sullo statuto teologico delle religioni non cristiane. Un giusto apprezzamento delle altre tradizioni religiose presuppone, normalmente, uno stretto contatto con queste ultime, il che implica, accanto alle conoscenze teoriche, un'esperienza reale di dialogo interreligioso con i membri di queste stesse tradizioni.
Tuttavia, è anche vero che una valutazione teologica corretta di queste tradizioni, almeno in termini generali, rimane un presupposto necessario per il dialogo interreligioso. Le tradizioni religiose devono essere avvicinate con grande rispetto, a causa dei valori spirituali e umani che contengono. Richiedono la nostra considerazione perché, attraverso i secoli, hanno portato testimonianza degli sforzi dispiegati per trovare risposta "ai reconditi enigmi della condizione umana" (Nostra aetate, 1) e sono state il luogo d’espressione dell'esperienza religiosa e delle più profonde aspirazioni di milioni di loro membri, e continuano a esserlo oggi.
Il documento propone una valutazione teologicamente positiva delle religioni non cristiane, facendo proprio il paradigma cristocentrico inclusivista . Questo paradigma propone di considerare i valori e le esperienze spirituali positive vissute nelle religioni come l'effetto dell'azione della grazia di Cristo per la mediazione dello Spirito Santo. Si tratta di una prospettiva teologica che sviluppa alcuni degli insegnamenti del Vaticano II.
Si legge nel documento:
 16. Il Concilio va ancora oltre. Facendo propria la visione e la terminologia di alcuni  primi Padri della Chiesa, Nostra aetate parla della presenza, in queste tradizioni, di  “un raggio di quella verità che illumina tutti” (NA 2). Ad gentes riconosce la  presenza dei “semi del Verbo”, mette in risalto i doni che “un Dio generoso ha  distribuito presso tutte le nazioni“ (AG 11). Inoltre, Lumen gentium fa riferimento al  bene che “è seminato” non solo “nelle menti e nei cuori”, ma anche “nei riti e  costumi dei popoli” (LG 17).
 17. Queste poche citazioni sono già sufficienti per mostrare come il Concilio abbia  apertamente riconosciuto la presenza di valori positivi non solo nella vita religiosa  dei singoli credenti di altre tradizioni religiose, ma anche nelle tradizioni religiose a  cui appartengono. Esso attribuisce questi valori alla presenza attiva di Dio per  mezzo del suo Verbo, mettendo in rilievo anche l’azione universale dello Spirito:  “Senz’alcun dubbio”, afferma Ad gentes, “lo Spirito Santo era al lavoro nel mondo  prima ancora che Cristo fosse glorificato” (n. 4). Da ciò si può vedere come questi  fattori, come preparazione del Vangelo (cfr LG 16), hanno svolto e svolgono tuttora  un ruolo provvidenziale nell’economia divina della salvezza. Questo riconoscimento  spinge la Chiesa ad entrare in “dialogo e collaborazione” (NA 2 - cfr GS 92 - 93).
Occorre sottolineare che il documento Dialogo e Annuncio sviluppa una prospettiva specifica – fra le altre - presente nell'insegnamento del Concilio, che nelle sue affermazioni sulle religioni propone differenti prospettive di lettura; si tratta senza dubbio di uno sviluppo coerente con alcune valutazioni che risultano centrali in Lumen gentium, Nostra aetate e Ad gentes, e che la teologia successiva e il magistero di Giovanni Paolo II hanno ripreso e sviluppato.
Occorre aggiungere che il documento non ignora il ruolo dell'attività missionaria della Chiesa, che è necessario per condurre alla loro perfezione in Cristo gli elementi e le esperienze positivi individuati in altre religioni; né ignora la difficoltà di identificare in modo preciso gli elementi della grazia che sostiene la risposta degli uomini a Dio nelle religioni.
Così infatti si legge:
 30. I frutti dello Spirito di Dio nella vita personale degli individui, siano essi cristiani o  meno, sono facilmente discernibili (cfr Gal 5, 22- 23). Individuare in altre tradizioni  religiose elementi di grazia in grado di sostenere la risposta positiva dei loro membri  alla chiamata di Dio risulta più difficile: ciò richiede un discernimento per il quale  bisogna stabilire dei criteri. Le persone sincere toccate dallo Spirito di Dio si sono  certamente adoperate a livello personale nell’elaborazione e nello sviluppo delle  loro rispettive tradizioni religiose. Ciò non implica, tuttavia, che ogni cosa che vi si  trova sia buona.
Il documento, in coerenza con l’insegnamento  del Concilio, prende le distanze da qualsiasi valutazione semplicistica delle religioni.  Affermare infatti che le altre tradizioni religiose comprendono degli "elementi di grazia" non significa, tuttavia, che tutto in esse sia frutto della grazia. Il peccato è stato all'opera nel mondo e le altre tradizioni religiose, malgrado i loro valori positivi, sono anche il riflesso dei limiti dello spirito umano, che talvolta è incline a scegliere il male e l’errore. Un approccio aperto e positivo verso le altre tradizioni religiose, quindi, non autorizza a chiudere gli occhi sulle contraddizioni che possono esistere tra queste ultime e la rivelazione cristiana. Laddove necessario, si deve riconoscere che c'è incompatibilità tra certi elementi essenziali della religione cristiana e alcuni aspetti di queste tradizioni.
2. La sfida di un dialogo di salvezza
Il dialogo diviene allora il mezzo tramite il quale le religioni non soltanto possono imparare a vivere insieme, ma a vivere insieme in modo spiritualmente efficace.  
Il dialogo costituisce per tutti una sfida. Ciò significa dunque che, pur entrando con uno spirito aperto nel dialogo con i membri delle altre tradizioni religiose, i cristiani possono, in modo pacifico, incitarli a riflettere sul contenuto della loro credenza. I cristiani stessi, però, devono accettare, a loro volta, di essere rimessi in discussione. Infatti, malgrado la pienezza oggettiva della rivelazione di Dio in Gesù Cristo, i modi in cui i cristiani comprendono la loro religione e la vivono può avere talvolta bisogno di purificazione.
Si tratta quindi di un dialogo di salvezza con i credenti delle altre religioni che conduce a un impegno più profondo e ad una più autentica conversione a Dio.
Il Concilio ci ricorda che la Chiesa è il sacramento universale di salvezza, il germe e l’inizio del Regno, e tutta l'umanità è ordinata ad essa.
 35. Alla Chiesa, come sacramento nel quale il Regno di Dio è presente “nel  mistero”, fanno riferimento o si orientano (“ordinantur”: cfr LG 16) i membri delle  altre tradizioni religiose, i quali, dal momento che rispondono alla chiamata di Dio  cosi come essa viene percepita dalla loro coscienza, sono salvati in Gesù Cristo e  partecipano già, pertanto, in un certo qual modo, alla realtà espressa dal Regno. La  missione della Chiesa consiste nel contribuire alla crescita del “Regno del nostro  Signore e del suo Cristo” (Rm 11,15), al cui servizio essa si pone. Una parte del suo  ruolo consiste nel riconoscere che la realtà embrionale del Regno si può trovare  anche al di fuori dei suoi stessi confini, ad esempio nei cuori dei seguaci delle altre  tradizioni religiose, nella misura in questi vivono i valori evangelici e sono aperti  all’azione dello Spirito. Occorre ricordare, tuttavia, che si tratta di una realtà  embrionale, che ha bisogno di trovare il suo compimento in relazione con il Regno  di Cristo già presente all’interno della Chiesa, ma che si realizzerà soltanto nel  mondo a venire.
Il Concilio ci ricorda anche che la Chiesa è in pellegrinaggio, e avanza verso la pienezza della verità divina. La Chiesa infatti tende costantemente verso la pienezza della verità, “affinché si compiano in essa le parole di Dio" (ibid.). Questo non è per nulla in contraddizione con l'istituzione divina della Chiesa né con la pienezza della Rivelazione divina in Gesù Cristo che le è stata affidata.
 38. Su questa base, diventa più facile individuare perché e in che senso il dialogo  interreligioso sia una componente integrale della missione evangelizzatrice della  Chiesa. Il fondamento su cui si basa l’impegno della Chiesa per il dialogo non è  meramente antropologico ma in primo luogo teologico. Dio, in un dialogo che si  protrae da lungo tempo, ha offerto e continua ad offrire la salvezza all’umanità.  Nella pienezza dell’iniziativa divina, anche la Chiesa deve entrare in un dialogo di  salvezza con tutti gli uomini e le donne.
In questa prospettiva storico-salvifica la Chiesa è chiamata ad entrare in dialogo anche con i credenti delle altre religioni. 
Il decreto Ad gentes offre la seguente definizione del dialogo: "Il dialogo si inserisce nella missione salvifica della Chiesa; ecco perché è un dialogo di salvezza". Anche Papa Giovanni Paolo II dirà: "Il dialogo si inserisce nella missione salvifica della Chiesa; ecco perché è un dialogo di salvezza" . 
In questo dialogo di salvezza, i cristiani e gli altri sono chiamati tutti a collaborare con lo spirito del Signore risorto, Spirito che è universalmente presente e agente. Il dialogo interreligioso non tende semplicemente a una comprensione reciproca e a relazioni amichevoli. Arriva a un livello molto più profondo, quello stesso dello spirito, dove lo scambio e la condivisione consistono in una testimonianza reciproca di ciò in cui ciascuno crede e in un'esplorazione comune delle rispettive convinzioni religiose. Tramite il dialogo, i cristiani e gli altri sono invitati ad approfondire le dimensioni religiose del loro impegno e a rispondere, con crescente sincerità, alla chiamata personale di Dio e al dono gratuito che fa di sé, dono che passa sempre, come la nostra fede ci dice, per la mediazione di Gesù Cristo e l'opera del suo Spirito.
3. Le forme del dialogo
Esistono differenti forme di dialogo interreligioso. Dialogo e Annuncio, riprendendo quanto proposto nel documento Il dialogo del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso pubblicato nel 1984, presenta quattro forme principali di dialogo interreligioso, senza porre una gerarchia di priorità tra esse.
a)Il dialogo della vita, dove le persone si sforzano di vivere in un spirito di apertura e di buon vicinato, condividendo le loro gioie e i loro dolori, i loro problemi e le loro preoccupazioni umane, offrendosi reciprocamente testimonianza della propria fede nel quotidiano;
b) Il dialogo delle opere, che si sviluppa attraverso modalità diverse di collaborazione in vista dello sviluppo integrale e della liberazione totale dell'uomo;
c) Il dialogo degli scambi teologici, dove specialisti cercano di approfondire la comprensione dei  rispettivi patrimoni religiosi e di apprezzare i valori spirituali gli uni degli altri;
d) Il dialogo dell'esperienza religiosa, dove persone radicate nelle proprie tradizioni religiose condividono le loro ricchezze spirituali, per esempio rispetto alla preghiera e alla contemplazione, alla fede e alle vie della ricerca di Dio o dell'Assoluto.
Le quattro forme di dialogo sono legate le une alle altre, e riguardano la promozione umana e la cultura: la scelta dell’una o dell’altra dipendono dalle situazioni concrete in cui le comunità cristiane e i singoli cristiani si trovano a vivere e alle opportunità che offrono.
4. Disposizioni e frutti del dialogo interreligioso
Il dialogo esige equilibrio: i cristiani non dovrebbero essere né troppo ingenui né ipercritici, quanto piuttosto di spirito aperto e accogliente. Il documento mette in guardia dal pensare che per entrare in modo efficace nel dialogo i partner debbono prescindere dalle loro rispettive convinzioni religiose e rinunciare ad esprimerle o a fare riferimento ad esse.. È vero piuttosto il contrario: la sincerità del dialogo interreligioso esige che vi si entri con l'interezza della propria fede. Allo stesso tempo, pur restando saldi  nella propria fede, vale a dire nella pienezza della rivelazione che è stata data loro in Gesù Cristo, unico mediatore fra Dio e gli uomini (cf. 1 Tm 2, 4-6), i cristiani devono ricordarsi che Dio si è manifestato anche, in qualche modo, ai membri delle altre tradizioni religiose. Di conseguenza, essi sono chiamati a considerare le convinzioni e i valori degli altri in uno spirito di comprensione, restando per altro coscienti che il dialogo è una forma di TESTIMONIANZA della propria fede cristiana, secondo l’invito del Concilio:
“I discepoli di Cristo, mantenendosi in stretto contatto con gli uomini nella vita e nell'attività, si ripromettono così di offrir loro un'autentica testimonianza cristiana e di lavorare alla loro salvezza, anche là dove non possono annunciare pienamente il Cristo " (Ad gentes 12). 
Dialogo e Annuncio ribadisce che il dialogo per essere autentico esige apertura alla verità.
49. La pienezza della verità ricevuta in Gesù Cristo non dà ai singoli cristiani la garanzia di aver raggiunto pienamente tale verità. Ad un’analisi approfondita emerge che la verità non è una cosa che noi possediamo, ma una Persona dalla quale dobbiamo accettare di essere posseduti. Si tratta di un processo senza fine. I cristiani, sforzandosi di mantenere intatta la propria identità, devono essere pronti a imparare e a ricevere dagli altri credenti (e attraverso di loro) i valori positivi delle loro tradizioni. Tramite il dialogo, devono sentirsi spinti ad estirpare pregiudizi radicati, a rivedere idee preconcette e talvolta anche a permettere che venga purificata la comprensione della loro stessa fede. 
In questa prospettiva, il dialogo fa dunque parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. Attraverso il dialogo la Chiesa non solo annuncia ma “vive” il Vangelo, dichiarandosi disposta non solo a “riconoscere” quanto Dio opera nella vita religiosa dei non cristiani, ma anche a cogliere da essi stimoli per vivere in modo sempre più autentico il Vangelo spesso, di modo che Cristo sia da essa annunciato nel modo più trasparente e credibile.
6. Gli ostacoli al dialogo
Dal momento che il dialogo interreligioso è sempre situato storicamente, esso non può non risentire del clima culturale, politico, sociale in cui le relazioni tra credenti di diverse religioni si devono concretamente sviluppare. I fattori socio-culturali e politici condizionano il dialogo, spesso in senso negativo. Vi sono inoltre fattori soggettivi, che influenzano nella medesima direzione. Il documento esorta ad esserne consapevoli per poterli gestire in modo critico e positivo.
51. Anche a livello umano puro e semplice, praticare il dialogo è già di per sé una cosa difficile. Il dialogo interreligioso è ancora più difficile. È importante essere consapevoli degli ostacoli che possono sorgere contro di esso, alcuni dei quali possono essere applicati a tutti i membri di tutte le tradizioni religiose e impedire il successo del dialogo, mentre altri possono interessare più specificatamente alcune tradizioni religiose e rendere difficile l’inizio di un processo di dialogo. Verranno menzionati alcuni degli ostacoli principali.
52.
a) Un insufficiente radicamento nella propria fede.
b) Un’insufficiente conoscenza e comprensione della fede e delle pratiche delle altre religioni, che porta a una mancanza di riconoscimento del loro significato e persino, a volte, ad un’errata rappresentazione.
c) Fattori socio - politici o retaggi del passato.
d) Un’erronea comprensione del significato di termini come conversione, battesimo, dialogo, ecc.
e) Presunzione, mancanza di apertura che porta ad atteggiamenti difensivi o aggressivi.
f) Una mancanza di convinzione dell’importanza del dialogo interreligioso, che potrebbe essere visto da qualcuno come un obiettivo riservato agli specialisti, e da altri come un segno di debolezza o addirittura come un tradimento della fede.
g) Sospetti sulle autentiche motivazioni dell’altro nel dialogo.
h) Uno spirito polemico nell’esprimere le proprie convinzioni religiose.
i) L’intolleranza, che è spesso aggravata dall’interconnessione con fattori politici, economici, razionali ed etnici, e una mancanza di reciprocità nel dialogo che può portare alla frustrazione.
j) Alcune realtà dell’attuale clima religioso, ad esempio il crescente materialismo, l’indifferenza religiosa e la crescente diffusione delle sette religiose, che creano confusione e fanno sorgere nuovi problemi.
53. Molti di questi ostacoli nascono da una mancanza di comprensione della vera natura e dello scopo del dialogo interreligioso, natura e scopo che devono essere costantemente spiegati, con grande pazienza. Bisogna ricordare che l’impegno della Chiesa nel dialogo non dipende dal suo riuscire o meno a raggiungere una matura comprensione e un sano e consapevole arricchimento, ma scaturisce dall’iniziativa di Dio di entrare in dialogo con l’umanità e dall’esempio di Gesù Cristo, la cui vita, morte e resurrezione danno l’espressione più piena a tale dialogo.
Quest’ultima osservazione è di importanza fondamentale di fronte ai numerosi fallimenti che il dialogo può incontrare, e che di fatto incontra. Essa ricorda che come “Dio ama per primo” (cfr 1Gv 4,19), così “dialoga per primo” andando alla ricerca dell’uomo, che si trova situazioni di lontananza, estraneità, talora aperto rifiuto verso di Lui. La rivelazione di Cristo ci dice che come Dio non si stanca mai di amare l’uomo, così non si stanca mai di cercarlo e di chiamarlo per coinvolgerlo in un dialogo di comunione con Sé e con gli altri uomini. Il cristiano è invitato da Gesù Cristo a imitare il “modo di amare” che è proprio di Dio, che include, potremmo dire, la ricerca autentica del dialogo, oltre ogni difficoltà o sconfitta sperimentata. La rivelazione biblica che culmina in Cristo ci mostra in modo inequivocabile e multiforme come il dialogo sia parte integrante del “modo divino” di amare, che il cristiano è chiamato ad assumere. La ricerca assidua del dialogo e la fiducia nella sua efficacia non vieta naturalmente di leggere le difficoltà e le tensioni con lucidità. Il vero dialogo è anche sempre sanamente critico: ed è di questo dialogo sanamente critico, ma anche fiducioso nell’uomo e nell’azione di Dio in lui, che il cristiano e la Chiesa sono chiamati a fare esperienza.
7. Dialogo interreligioso e Annuncio del Vangelo.
Dialogo e annuncio sono entrambi legittimi e necessari. Sono intimamente legati ma non intercambiabili: da un lato infatti il vero dialogo interreligioso suppone, da parte del cristiano, il desiderio di far conoscere e amare sempre meglio Gesù Cristo; dall'altro lato l'annuncio di Gesù Cristo deve essere realizzato in uno spirito evangelico di dialogo, senza aggressività, senza disprezzo verso l’altro.I due ambiti, certo, restano distinti ma, come dimostra l'esperienza, è la stessa e unica Chiesa locale, è la stessa e unica persona che può essere impegnata diversamente nell’uno e nell'altro. In questa prospettiva non si può certamente scegliere di sopprimere né l’uno né l'altro di questi due modi di vivere l'identità ecclesiale, che riflettono da vicino lo stesso modo di agire che il Signore Gesù ha vissuto nell’incontro con i suoi contemporanei.
La scelta di una forma o dell'altra di compiere la missione della Chiesa dipende piuttosto dalle circostanze particolari di ogni Chiesa locale, di ogni cristiano. È una scelta che implica sempre una certa sensibilità alle dimensioni sociali, culturali, religiose e politiche della situazione, e un'attenzione ai "segni dei tempi" tramite i quali lo Spirito di Dio parla, istruisce e guida.
Una tale sensibilità e una tale attenzione nascono e si sviluppano attraverso la spiritualità del dialogo. Quest’ultima per strutturarsi nelle comunità e nei singoli credenti richiede un discernimento fondato sulla preghiera e una riflessione teologica sullo statuto delle differenti tradizioni religiose nel piano di Dio, e sul significato dell'esperienza di coloro che trovano in esse il loro nutrimento spirituale.
Si è così rinviati a due forme di dialogo: il dialogo teologico e il dialogo della spiritualità, con i quali la riflessione teologica sulle religioni è chiamata a sviluppare un rapporto efficace e che, a loro volta, devono tenere conto delle riflessioni teologiche, allo scopo di stabilire relazioni reciprocamente costruttive.
Allo stesso tempo, si è rinviati alla necessità di uscire da una valutazione teologica generale delle religioni, per sviluppare valutazioni teologiche di ogni tradizione religiosa specifica e delle esperienze spirituali che ne derivano. Ecco la frontiera complessa, ma appassionante, che si apre davanti a noi.
 
Don Andrea Pacini
Docente di Teologia dogmatica e Teologia delle Religioni, Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale-sezione di Torino e Pontificia Università Salesiana-sezione di Torino.
Consultore della Commissione per le relazioni religiose con i musulmani del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.
Coordinatore del programma Islam in Europa della Commissione delle Conferenze Episcopali Europee.